Scenario economico e politico

Scenario economico e politico

Nel 2014 l’Italia sta attraversando una delle situazioni più critiche e complesse della sua storia, con un quadro economico allarmante, che colpisce famiglie e imprese e che non mostra ancora solide indicazioni di ripresa.

Il potere d’acquisto complessivo delle famiglie continua a calare (-10,5% dal 2008 al 2013[1]), eroso da livelli di disoccupazione elevati (a novembre 2014 Istat rileva 3.457.000 disoccupati con un tasso di disoccupazione complessivo al 13,4% e giovanile al 43,9%) e da una pressione fiscale opprimente, pari al 44,3% nel 2013[2].

Crollano i consumi (-7,8% in termini reali dal 2008 al secondo trimestre del 2014[3]) anche per aspetti “intangibili”, come l’incertezza su temi rilevanti quali la tassazione sugli immobili o quella locale e una forte mancanza di fiducia delle famiglie nel futuro, fatti che hanno prodotto nel 2013 una crescita della propensione al risparmio, dopo anni di riduzione: si è quindi preferito destinare al risparmio risorse che avrebbero potuto essere dedicate ai consumi.

Questa caduta dei consumi blocca la produzione industriale, che resta su variazioni negative, alla quale non basta lo stimolo della domanda estera. Le aziende, anche e soprattutto quelle distributive, sono quindi stritolate tra una domanda che non c’è e costi crescenti, pagando un prezzo altissimo in termini di redditività, produttività e competitività, indicatori in diminuzione anche a causa di deficit strutturali che il Paese continua a scontare e che producono per le imprese un quadro di incerte aspettative che frena gli investimenti:

costi dell’energia più alti della media europea del 40/50%;
– una macchina amministrativa e burocratica troppo pesante;
– una legislazione complessa, sulla quale stenta un efficace percorso di semplificazione;
– mercati nei quali concorrenza e merito, insieme all’equità sociale, non sono ancora presenti come dovrebbero;
– una giustizia lenta e senza certezze;
– un mercato del lavoro sino ad oggi troppo rigido e inadeguato a supportare il rilancio dell’occupazione ai primi segnali di ripresa;
– un federalismo fonte di costi, lentezze e disomogeneità, invece che di efficienza;
un’evasione che, insieme ai fenomeni della contraffazione e dell’abusivismo, rappresenta una piaga che crea concorrenza sleale;
– un Mezzogiorno che deve essere recuperato sul piano economico e sociale per uno sviluppo più equilibrato del Paese.

 

Per uscire da questa crisi il Paese ha bisogno di riforme incisive, profonde e strutturali, che trasmettano un segnale forte, per ridare fiducia a famiglie e imprese, portando le prime ad avere una visione positiva sul futuro e le seconde a investire nuovamente in un Paese più solido ed affidabile.

Occorre quindi prestare grande attenzione ai nuovi stili di vita delle persone che stanno profondamente cambiando; ai fenomeni immigratori e demografici, che vedono un progressivo e inarrestabile invecchiamento della popolazione; al permeare della tecnologia in ogni attività degli individui, delle imprese e delle istituzioni; alla sostenibilità economica, ambientale e sociale, che emerge con forza come driver di crescita; alla globalizzazione dei sistemi relazionali tra tutti i soggetti della società economica e civile; a un rapporto tra Stato/Enti locali e individuo improntato a trasparenza, lealtà e corrispondenza tra pagamenti effettuati e servizi ricevuti; a principi di concorrenza e libertà d’impresa che devono essere ulteriormente diffusi e valorizzati.

Su quest’ultimo punto va detto che la strada del riconoscimento della libertà d’impresa e di attività economica come fondamentale fattore di sviluppo fa ancora fatica ad affermarsi ed è lastricata da continui “stop and go”. I principi di liberalizzazione, sanciti in provvedimenti quali il “Salva Italia” e il “Cresci Italia” della fine 2011 e inizio 2012, sono infatti ora messi in discussione in Parlamento, nelle cui Commissioni si esaminano proposte di legge finalizzate a reintrodurre limiti e vincoli all’attività d’impresa e a ridare potere agli Enti Locali, potere tolto loro, invece, dalle norme nazionali, varate a tutela e promozione della concorrenza, materia di competenza esclusiva dello Stato.

Questa incertezza di indirizzo normativo su un tema così rilevante e in grado di portare efficienza di sistema e vantaggi per i cittadini, finisce per rappresentare un costo per il Paese, rallentando decisioni e investimenti da parte dei soggetti economici.

 

[1][2][3] Istat